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Quello che non vi dicono sui populismi

Cosa non vi dicono sull’ascesa dei populismi?

Come mai le televisioni, i giornali, i grandi network mediatici li indicano come un pericolo per la democrazia mentre nei sondaggi, tra la gente, sui social e nelle piazze, il loro consenso cresce sempre di più?

Cosa c’è dietro? Se gli occhi dei media vedono il contrario di quello che vedono gli occhi delle persone, chi è miope?

CHE COSA SONO

Ma anzitutto chi sono i populisti? Perché si declinano al plurale? La sensazione è che vengano volutamente definiti in maniera vaga, indistinta e generica movimenti, fenomeni e consensi molto diversi tra loro. Forse per delegittimarli tutti.

Populismo direi è tutto ciò che è nato, ha avuto successo politico e sociale dall’inizio del nuovo secolo e soprattutto dopo la grande recessione 2008-2018.

Populista è Trump e il suo “America first” del dopo Obama; populisti sono i movimenti britannici che hanno portato alla Brexit o alla storia più bizzarra, confusa ed esilarante dei rapporti storici tra UK ed Europa che chiamiamo Brexit; populisti sono i movimenti europei nazionalisti, di estrema destra e con tendenze chiaramente xenofobe (Salvini e la Lega in Italia, Marine Le Pen e il Rassemblement National in Francia, Alternative für Deutschland in Germania, PiS – Diritto e Giustizia in Polonia, il partito di Viktor Orbán in Ungheria).

Populisti sono i nuovi movimenti post-ideologici, post-novecento, sostenuti soprattutto da un elettorato giovane ma non solo, nati dal crollo dei partiti tradizionali: il M5S, Podemos si muovono tra un’identità indefinita, il sogno della democrazia diretta, l’inesperienza al debutto di governo.

Populiste sono le democrazie illiberali: veri e propri regimi oligarchici, dove la libertà di espressione viene condizionata e spesso letteralmente imprigionata, nati da consensi popolari e da elezioni più o meno democratiche (Putin, Erdogan, Orbán). Populista era Chàvez, ma anche i leader cubani, cinesi, russi degli anni recenti. Populisti sono Bolsonaro in Brasile e le sue idee medioevali, Rodrigo Duterte nelle Filippine con i suoi squadroni della morte, Obrador in Messico e il populismo di sinistra.

Ma populisti sono stati anche Renzi in Italia, Macron in Francia, perché arrivati al governo e al consenso sull’onda dell’anticasta e sulla delegittimazione dei partiti tradizionali e delle classi dirigenti nei loro paesi. Populisti con una visione di sinistra sono Tsipras, il senatore Bernie Sanders negli Usa, Corbyn in Inghilterra, Mélenchon in Francia, Die Linke in Germania.

E Berlusconi, non è stato forse il pioniere dei populisti?

Populismo è una cosa e spesso il suo contrario, sono movimenti talmente disomogenei da essere spesso l’uno il contrario dell’altro, agli antipodi. In posti e luoghi del mondo diversi tra loro e con sistemi politici tra i più disparati. Non esiste una definizione univoca, non c’è un’ideologia coerente dietro.

Perché allora si parla di populismi come se fosse un’unica pentola da cui mangiare, un solo paesaggio al quale guardare?

CHI È CONTRO

Probabilmente perché fa comodo a chi vuole e ha interesse a generalizzare.

La classe dirigente che ci ha portato dentro la crisi, che da allora non ha fatto un’autocritica, che ha preferito salvare le banche e mantenere lo status quo anziché provare a modificare qualcosa dello status quo. Salvaguardando la cosiddetta finanziarizzazione del capitale.

Leggi l’intervista a Richard Kozul-Wright, 10 anni dopo il fallimento della Lehman Brothers

I partiti tradizionali che hanno visto lo sgretolarsi di terreno, voti e consenso sotto i loro piedi nel giro di pochi anni. Gli industriali, i manager e gli imprenditori che hanno assistito al boom delle disuguaglianze senza battere ciglio, anzi spesso depredando, dislocando o scappando con buonuscite milionarie.

I grandi gruppi mediatici, i loro direttori che dovrebbero raccontare la realtà, dovrebbero disvelare gli abusi del potere, accendere i fari sulla società e i suoi mutamenti, sulle persone e i loro bisogni. E invece non hanno visto la crisi, l’elezione di Trump, la Brexit, il boom elettorale dei nuovi movimenti, lo scollamento tra vecchi partiti e ceti medio/popolari, il precariato delle esistenze, delle famiglie, dei lavoratori, della psiche dell’uomo contemporaneo.

Soltanto in 8 paesi europei su 31 il pubblico può scoprire chi sono i proprietari dei media.

Il vero motivo per cui le critiche al populismo non vengono ascoltate sta nella NON CREDIBILITÀ di chi le fa.

IL PARTITO DEL PIL

Sentite Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, un paio di settimane fa:

Politiche molto caute, attente e prudenti? Dopo dieci anni di crisi e una nuova recessione alle porte, in un mondo in cui anche nei paesi in cui il Pil cresce, i redditi medi scendono, continuano a scendere o restano stagnanti, l’unica idea che a Visco viene in mente è la prudenza? Non un rilancio di una nuova visione del mondo, un Piano Marshall straordinario per l’Europa di oggi, una ridiscussione dei trattati e della fondazione europea?

La verità è che i sovranisti e i populisti sono stati creati dagli antipopulisti e dagli antisovranisti stessi.

I globalisti hanno imposto le leggi spietate della finanza e del mercato a livello planetario, senza bilanciamento, senza la regolamentazione di un governo politico mondiale.

La sinistra ha smesso di ascoltare il popolo e le persone. Dagli anni ’90 in poi, quel mondo politico e culturale ha smesso di essere la voce delle persone ma piuttosto la voce di lobby, gruppi di interesse, élite culturali, economiche, sociali.

Sorte analoga per il mondo politico di area cattolica.

Leggete questo simpatico sms del 2005, rivelato dalla sua ex compagna Valérie Trierweiler, dell’ex capo di stato francese socialista François Hollande, in cui definisce “sdentati” le persone povere e i ceti meno abbienti presenti a una manifestazione:

Sono con la mia amica Bernadette in una grande manifestazione nel suo cantone. Le ho fatto la corte. Ma non devi preoccuparti. Nel suo discorso ha fatto un lapsus formidabile. Risata generale, anche degli sdentati

Una volta – nel novecento – queste due aree politico-culturali ascoltavano i bisogni delle persone, scrivevano il futuro con le frasi indispensabili del proprio elettorato di riferimento.

Poi la politica è diventato un contenitore senza scelta, quindi una non-politica, lasciando spazio a propaganda, demagogia, benessere in nome del consumismo. 

Un tempo il politico dava una visione del mondo verso la quale tendere; gli intellettuali, i giornalisti aiutavano a comprendere la realtà che ci circonda; la poetica di un artista lasciava un segno nell’anima e nelle esistenze. Tutto questo non c’è più perché è crollato il vecchio mondo. Nuovi ideali, nuove visioni, nuovi riferimenti stanno nascendo o dovranno nascere.

Saranno quelli del XXI secolo, non sappiamo se peggiori o migliori.

L’ALIBI DELLE FAKE NEWS E LA FINE DEL MONDO

Per quale ragione un cittadino medio, un padre di famiglia, un pensionato dovrebbe credere agli economisti che non hanno previsto la crisi finanziaria, agli intellettuali che non sanno leggere i mutamenti della società e la nascita di nuovi fenomeni politici, ai capi politici o alle lobby finanziarie che non hanno migliorato ma peggiorato la loro qualità della vita?

Ascoltate l’intervento di questo signore pochi giorni fa, al Festival del giornalismo di Perugia:

La realtà raccontata meglio di qualunque editoriale direi. L’unica certezza è che l’ordine costituito non tornerà e che le critiche ai neopopulismi, evocare stati emergenziali e catastrofici in ogni campo, non faranno altro che rafforzare populismi ed emergenze.

IL POPULISMO È PERICOLOSO?

Il populismo è quindi un pericolo per l’umanità? In alcune sue forme sì, può essere pericoloso.

Perché può diventare l’unica politica di antiausterità che aiuta i poveri e i popoli accompagnandola con il nazionalismo xenofobo e regressivo. In Polonia, Pis ha messo in atto i più consistenti aiuti sociali della storia della Polonia contemporanea. I genitori ricevono 500 zloty (120 dollari) al mese per ogni figlio dopo il primo, o per tutti i bambini nel caso di famiglie più povere. Di conseguenza, il tasso di povertà si è abbassato del 20-40%. I benefici sociali sono abbinati a retoriche sull’ordine e la sicurezza, identità nazionale, avversità verso gli stranieri.

Se il recupero della sovranità popolare, inteso come controllo politico sui processi economici, è quindi un’esigenza reale, in cosa si traduce con le politiche regressive? Nella guerra ai migranti? Nella guerra tra i poveri? Senza una vera lotta ai monopoli, ai grandi gruppi finanziari e dominanti.

Possono essere la destra e la sinistra tradizionali a contrastarle? No, non ne hanno più la credibilità.

Può nascere un’alternativa politica antixenofoba, mondialista, più democratica, con politiche antiausterità all’interno dei populismi stessi? Si potrebbe, e andrebbe sollecitata e accompagnata dalle forze civili più sane della società. Che si batta soprattutto in un mondo di “libere scelte” apparenti per la vera libertà che manca: la scelta del cambiamento.

SCRIVERE IL FUTURO

Scrive Slavoj Žižek, filosofo e intelligenza critica controcorrente, nel suo ultimo saggio Come un ladro in pieno giorno:

La tendenza del capitalismo globale è quella di fare dell’80% di noi degli esclusi…l’attuale economia globale tende verso una condizione in cui solo il 20% della forza lavoro può svolgere tutto il lavoro necessario, così che il restante 80% delle persone è di fatto irrilevante e di nessuna utilità, potenzialmente disoccupato. Nel momento in cui questa logica raggiunge il suo punto più estremo, non sarebbe forse ragionevole ridurla alla sua stessa autonegazione: un sistema che rende l’80% delle persone irrilevanti e inutili non è forse lui stesso irrilevante e inutile?

Rousseau affermava che il popolo è libero solo il giorno delle elezioni mentre, dal giorno dopo, “è schiavo, è niente”.

Sono queste le sfide del futuro che una politica con la P dovrebbe affrontare: i limiti della democrazia rappresentativa, l’utopia della democrazia diretta, magari una miscela armoniosa di entrambe; la sostenibilità di un sistema che non garantisce più lavoro per gli umani ma per le macchine; la sostenibilità ambientale; avere più o meno Stato come agente economico diretto. Il futuro potrebbe essere un ibrido ben regolato tra elementi di capitalismo e di socialismo.

Di sicuro, a scriverlo questo futuro dovranno essere le nuove generazioni, che più di tutte vivono sulla propria pelle la metamorfosi antropologica in atto e che hanno gli strumenti cognitivi per affrontare le sfide del domani. Non le élite che tendono a conservare il sistema.

 

Umberto Eco e il nostro odio

Il 5 gennaio del 1932 nasceva – 87 anni fa – Umberto Eco, i social e i giornali italiani ne hanno celebrato in questi giorni l’alta figura di romanziere, intellettuale e accademico. Scriveva Umberto Eco nel 2011 su L’espresso – in una delle sue celebri “La bustina di Minerva” – dal titolo “Perché l’uomo tende all’odio”:

l’odio è un sentimento che in un solo colpo abbraccia immense moltitudini. Quindi è facile e appagante. Mentre l’amore è selettivo, quindi più difficile

E ancora:

il vero punto è che l’amore isola. Se amo follemente una donna pretendo che lei ami me e non altri (almeno non nello stesso senso), una madre ama appassionatamente i suoi figli e desidera che essi amino in modo privilegiato lei (mamma ce n’è una sola) né sentirebbe mai di amare con la stessa intensità i figli altrui. Dunque l’amore è a modo proprio egoista, possessivo, selettivo. Invece l’odio può essere collettivo, e così vogliono le dittature e i populismi, e spesso anche le religioni nella loro versione fondamentalista, perché l’odio per il nemico unisce i popoli e li fa ardere tutti in un identico fuoco. L’odio non è quindi individualista bensì generoso, filantropico, e abbraccia in un solo afflato immense moltitudini. La nostra propensione alle delizie dell’odio è così naturale che risulta facile coltivarla ai reggitori di popoli.

Sembra che queste parole descrivano l’intolleranza e l’incattivirsi dei tempi che stiamo vivendo. Non tanto dovuti o coltivati – a modesto parere di chi scrive – dai “reggitori di popoli”, i quali semmai sfruttano con finalità propagandistiche il malcontento, persuadono il popolo nei suoi punti di scontentezza, accarezzano i problemi percepiti dalle persone individuando un nemico, soffiano sul fuoco che arde già nella società.

E poi, se i reggitori di popoli si reggono su un largo consenso elettorale conquistato, si possono contrastare le loro politiche, si può creare una valida alternativa programmatica, ma sicuramente non si può fare finta che quei voti e quel consenso non esistano. L’insoddisfazione, l’odio, la rabbia sembrano avere preso il sopravvento su tutto negli ultimi vent’anni, in seguito alla crisi che ha devastato il mondo occidentale e ai cambiamenti epocali che hanno coinvolto il pianeta.

Se l’odio è una caratteristica insita nell’essere umano, si acuisce evidentemente nei periodi di recessione o di grave crisi come quelli che stiamo attraversando. Mi guardo bene dal prendere le distanze da un monumento della cultura italiana come Eco, ma l’odio sembra essere più figlio del nostro tempo che dei social media. I social sono semmai uno strumento, non la causa.

Del resto Eco – che di mass media in Italia è stato il primo studioso e fenomenologo, che è stato il primo a dare valore epistemologico agli studi di comunicazione, creando il primo dipartimento di comunicazione in una università, che è stato il primo a parlare di semiotica dei nuovi media – quando pronunciò la famosa frase “i social danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, un anno prima della morte, parlò in un contesto più ampio ed era chiaramente consapevole di come internet fosse il nuovo medium, come la televisione cinquant’anni prima o la radio un secolo prima, in grado di espandere la propria voce e di dare voce a tutti.

Le disuguaglianze crescenti, l’impoverimento della classe media hanno creato anche la percezione psicologica diffusa e di massa che le cose vadano male e non possano migliorare. La percezione che Obama non abbia fatto abbastanza negli Usa (supportata dai dati, perché l’economia migliorava ma i salari della classe media restavano stagnanti); la percezione in Gran Bretagna che la distanza tra Londra e le altre province, regioni e nazioni del Regno sia da imputare all’Ue; la percezione che la Germania ha del resto d’Europa; la percezione che il resto d’Europa ha della Germania; la percezione che il mondo occidentale, i suoi valori, la sua identità siano messi in pericolo dagli immigrati (acuita dagli attentati veri e dal terrorismo, compiuto in larga parte però da persone nate in Europa); la percezione che i giovani hanno dei vecchi e dei loro privilegi novecenteschi; la percezione che i vecchi hanno dei giovani, sempre più precari, incerti, vissuti come un peso; la percezione che il nostro amico, nostro cugino, persino la nostra fidanzata si lamentino ma stiano meglio di noi; la percezione del prossimo insomma, che consideriamo sempre peggio di quello che è.

E ancora, fa dire Eco al capitano Simonino Simonini, protagonista de “Il cimitero di Praga” e unico personaggio non vero della storia:

Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. È l’amore che è una situazione anomala…L’odio riscalda il cuore. 

L’odio è più facile, è la cosa più semplice, il “tanto peggio tanto meglio” ci evita di guardarci dentro, ci fa trovare subito un capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità, ci evita il sacrificio di metterci in gioco. Quando a questo si somma l’impotenza e la miopia della politica, allora è una tragedia! Solo così si spiega come 49 persone sospese su due navi possano essere un problema non gestibile da un continente di 500 milioni di persone, 28 stati membri più il Vaticano. Un continente di 500 milioni di persone incapace non dico di accogliere, ma di gestire e valutare almeno temporaneamente la vita di 49 persone! Donne, bambini, mariti delle donne, uomini non mariti, ma parliamo appunto di 49 persone e forse solo in queste ore se ne verrà a capo.

La grande scoperta è quindi che l’amore e la buona politica vanno a braccetto. Se vivo in un ambiente armonioso, sarò portato a dare armonia al prossimo. E come diceva Moretti, in un celebre finale di film, “non è facile volersi bene”.