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Divorzio all’italiana

È una scena che si ripete irrimediabilmente in Italia da oltre 70 anni. Il paese è in crisi, perennemente in crisi, arranca tra riforme strutturali rimandate e modernizzazione del paese a scoppio ritardato, ma ecco irrompere sulla scena politica un nuovo governo, con le sue promesse elettorali e il suo programma scintillante.

Una volta erano sempre gli stessi partiti che cambiavano presidente del consiglio, qualche ministero e si scambiavano i ruoli. Poi, dagli anni novanta e fino ai nostri giorni, è arrivata la politica-spettacolo, che ha conquistato i cuori di tutti, dalla televisione ai social media.

Ecco così Berlusconi e il suo “nuovo miracolo italiano”. Il contratto con gli italiani, presentato e firmato l’8 maggio 2001, cinque giorni prima delle elezioni politiche, negli studi televisivi di Bruno Vespa, “per un’Italia più giusta, più moderna, più competitiva”. E poi “meno tasse per tutti”, un grande “piano decennale per le Grandi Opere”, scritto con le maiuscole, che ritornano come un mantra a ogni stagione politica e sono sempre le stesse. Il famoso “poliziotto di quartiere” per la nostra sicurezza, e poi ancora “liberare l’Italia dai lacci e lacciuoli” della macchina burocratica. E come dimenticare il più celebre tra i cavalli di battaglia, “la creazione di almeno (da notare almeno, ndr) un milione e mezzo di posti di lavoro”?

Finita quella stagione, arrivò il rottamatore di Rignano sull’Arno, il Renzi: l’Italia finalmente “cambia verso”, “bella l’Italia che riparte”, “forte l’Italia che decide”, e mi raccomando, stavolta è #lavoltabuona (e “alla faccia dei gufi”!).

Morto un papa se ne fa un altro, così dopo le elezioni del marzo 2018, poco più di un anno fa, 5 stelle e Lega s’inventano il “governo del cambiamento”, presieduto dall’avvocato del popolo Giuseppe Conte, con la novità per l’Italia di un accordo sottoscritto sotto forma di contratto di governo. Una rivoluzione, insomma.

La verità è che nessun governo nella storia repubblicana ha mai avuto la durata di una intera legislatura. Ebbene sì, roba da far impallidire i tedeschi e i paesi nordici, abituati a coalizioni di lunga durata e – quelli sì – accordi programmatici rispettati (durata media dei governi italiani 1,1 anno, durata media tedesca 3 anni). Il governo di maggiore durata è stato il Berlusconi II (quasi quattro anni, dal 2001 al 2005). Poco più di 3 anni per il Berlusconi IV (2008-2011, quello della rottura con Fini e dello scandalo “bunga bunga”). Renzi – che doveva spaccare tutto – è durato più di due anni, così come il successivo governo Gentiloni. Appena un anno e una manciata di settimane per il governo Conte. Cosa resterà ora di questa ennesima rivoluzione all’italiana, prima annunciata e poi abortita?

Vediamo in sintesi, punto per punto, quello che è stato realizzato del contratto di governo e quello che rimarrà solo propaganda.

  • Funzionamento del governo. Ne ha parlato Conte in Senato: si parla di “buona fede e leale cooperazione” e nel caso di divergenze “verrà convocato il Comitato di conciliazione”. Mai visto. In questi giorni di crisi, piuttosto mojito, spiagge e riunioni segrete.
  • Acqua pubblica e riforma della politica agricola comune (PAC): non pervenute, non se n’è nemmeno parlato.
  • Ambiente: il ProteggItalia ha stanziato fondi per il dissesto idrogeologico ma l’impegno per le “aree terremotate a chiudere la fase dell’emergenza e passare alla fase della ricostruzione” è stato insufficiente e anzi non c’è stata alcuna accelerazione. Alla faccia del “prima i terremotati”. Sull’ILVA l’impegno era di “concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale” e dopo lo scontro con Arcelor, le tutele legali per l’azienda saranno applicate ma vincolate al rispetto ambientale.
  • Il “risarcimento dei risparmiatori espropriati” dal crack delle banche, con tutti i distinguo del caso, è stato avviato. Inesistente invece “una Banca per gli investimenti” di cui si parla nel contratto.
  • “Risolvere il conflitto d’interessi, il taglio agli sprechi, la gestione del debito” sono refrain sempre buoni per ogni stagione. La hit di ogni governo è però “la crescita del PIL”: l’Italia è fanalino di coda da anni dell’eurozona e il prossimo governo non mancherà d’intonare la stessa canzone.
  • “Realizzare una politica estera con un’apertura alla Russia”. Più che altro, è stata l’apertura di uno scandalo: il Russiagate è la prima presa di distanza plastica in parlamento tra Conte e Salvini e poche settimane dopo la Lega ha aperto la crisi.
  • La “flat tax” – che poi tanto flat non è, con due aliquote fisse previste – è stata applicata solo per le partite Iva. Restano fuori imprese e famiglie. I “debiti insoluti della pubblica amministrazione” vengono definiti una “patologia”: dopo un anno leggermente calati, ma anche qui l’Italia si conferma primatista a livello europeo. Nel contratto si favoleggia anche di “carcere vero” per i grandi evasori.
  • La giustizia è stato uno dei punti di rottura: la riforma della prescrizione, bloccata dopo il primo grado di giudizio, dovrebbe entrare in vigore dopo il 1 gennaio 2020, vincolata per volontà della Lega alla riforma della giustizia, su cui i due partiti di governo erano divisi su tutto. Dopo le europee, Salvini ha cominciato a parlare di separazione delle carriere e riforma delle intercettazioni, di cui nel contratto non c’è traccia. Si parla anche di “riforma del CSM”, di “indipendenza da influenze politiche”. Ce ne sarebbe bisogno come l’aria dopo lo scandalo di questi mesi, ma restano parole inattuate nel discorso di commiato del premier.
  • La Spazzacorrotti invece mantiene la promessa di “una nuova legislazione anticorruzione”, così come le “nuove assunzioni nelle forze dell’ordine” (circa 7000 nuove unità), la “riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare” e il “codice rosso”.
  • L’immigrazione e l’operazione “porti chiusi” è stato il moltiplicatore elettorale salviniano, l’onda che ha cavalcato per raddoppiare il proprio consenso. Ma nel contratto si parla anche di “500 mila migranti irregolari presenti sul territorio” e di una “seria ed efficace politica dei rimpatri che risulta indifferibile e prioritaria”. E soprattutto irrealizzabile!
  • Abolita come promesso la Fornero, introdotta Quota 100 con effetti da decifrare, il decreto dignità ha avuto alcuni effetti positivi sui rapporti di lavoro più stabili ma la legge sul salario minimo è rimasta sospesa. “Una riduzione strutturale del cuneo fiscale e una semplificazione degli adempimenti burocratici” sono condimenti che vanno bene per ogni governo.
  • Il reddito di cittadinanza, bandiera del M5S dalla sua fondazione, si può dire appena cominciato. “Il potenziamento dei centri per l’impiego, le offerte di lavoro e le politiche attive che facilitino occupazione e ricollocazione” restano una chimera come un miraggio in un deserto.
  • Sospese e controverse fino all’ultimo le autonomie regionali e la riduzione del numero dei parlamentari.
  • In merito alla sanità, nel contratto si parla della “diffusa carenza di medici specialisti, infermieri e personale sanitario” ma non è stata presa alcuna iniziativa. Su scuola, università e ricerca le belle parole si sprecano a ogni insediamento e a ogni fine esecutivo, come il faro di un futuro su cui puntare.
  • L’Alta velocità Torino-Lione ha definitivamente sgretolato il governo e lacerato i 5 stelle, il “rilancio dell’Alitalia” lo sentiamo da almeno vent’anni, così come i problemi dei pendolari. Sulla Rai, “l’eliminazione della lottizzazione politica” viene puntualmente realizzata sì, ma al contrario.

Eterne promesse e contratti mai mantenuti. È chiaro che se un governo dura un anno è matematicamente impossibile applicare un programma e un contratto. Forse in Italia i politici sono come quei latin lover scaduti: promettono tanto ma durano poco.

Recessione elettorale

Si dice la Tav o il Tav? Perché il tema è in dibattito da tanti di quegli anni che ormai è diventata anche una questione linguistica. Se l’opera si facesse comunque, anche ridimensionando i costi, il M5S perderebbe una delle sue battaglie storiche e una bandiera politica. Se la Lega si arrendesse al No Tav del suo alleato di governo, riceverebbe le critiche e i malumori degli ambienti produttivi del nord, della Confidustria, dei potentati economici italiani.

Il derby tra i due alleati di governo è appena cominciato e si giocherà in campo aperto fino alle europee di maggio. Il test elettorale delle regionali in Abruzzo è stato solo un ghiotto anticipo di quello che accadrà fino alla primavera e lo specchio di quello che i sondaggi nazionali disegnano da un po’ di tempo: la Lega in pochi mesi di governo ha raddoppiato il proprio consenso, il suo leader in questa fase fa da mattatore della politica italiana e delle comunicazioni social, di controcanto il Movimento ha dimezzato o comunque perso consenso, arranca con evidenza rispetto all’alleato sui temi e sulla comunicazione.

Le opposizioni, nonostante le cifre abruzzesi non siano disastrose, sembrano assenti dalla vita nazionale. Il Pd è ancora incartato su primarie che non appassionano nemmeno i parenti dei candidati. Resterà un mistero come un partito che si definiva “riformista” sia incapace di riformarsi al suo interno. Berlusconi invece stenta a credere che gli anni passano, che solo 5 italiani su 100 lo votino, “sono diventati pazzi” dice.

Anche il caso Diciotti, che poteva essere un boomerang per il leader del Carroccio, non fa altro che gonfiare le vele al consenso salviniano. Gasparri, il presidente della giunta per le immunità del Senato, ha proposto di negare l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’interno sul caso della nave italiana, giustificandolo così: “ha agito per tutelare preminenti interessi di natura pubblica”.

Secondo Gasparri, quindi, una nave italiana che trasporta 177 persone senza diritti e tutela alcuna, che vuole attraccare in un porto italiano è un pericolo per la pubblica sicurezza degli italiani stessi. Entro un paio di mesi (ma soprattutto dopo le consultazioni online degli iscritti 5 stelle) vedremo se il resto della giunta e il parlamento crederanno e voteranno questa bizzarra teoria. Ci sarebbe poco da meravigliarsi, nel paese in cui un premier riconobbe a colpo d’occhio la nipote di Mubarak e il parlamento lo seguì facendo finta di crederci.

Caso Diciotti, elezioni amministrative, derby elettorale, Tav e mille altre questioni politiche verrano al pettine nei prossimi mesi. Faranno da sfondo alla propaganda e alla competizione politica. Ma dell’economia si parla pochissimo, a parte i numeri che vengono snocciolati di settimana in settimana dai tg e perdono di significato. Con quei numeri però, gli italiani e il governo dovranno fare i conti.

Il paese è tornato in recessione, almeno tecnicamente. È il fanalino di coda tra i paesi europei, è l’unico la cui economia segna un arretramento, con il valore più basso: -0,2%. Non ha un granché da sorridere il resto d’Europa: Germania in stagnazione, evita la recessione solo perché si attesta allo 0%, il resto dell’Eurozona e dell’Ue a 28 ha un pil che cresce di appena lo 0,2%. I dati si riferiscono al quarto trimestre 2018. Sono numeri che sentiamo da anni, dicono poco nel loro estenuante ripetersi, ma incidono sulle nostre vite reali e sulle nostre economie.

E i politici l’avevano prevista la recessione? Sicuramente non avevano previsto la contrazione dell’economia mondiale. Il secondo trimestre di segno negativo alla crescita del pil, quindi di decrescita, è anteriore al varo della manovra economica su cui Lega e M5S hanno investito gran parte delle rispettive fortune politiche. Non è che sia una di quelle novità che sconvolgono: il pil italiano si è mantenuto in questi anni sempre al di sotto della media europea e la crescita italiana è sempre stata all’ultimo o al penultimo posto in Europa.

Il premier Conte, da principe del foro, dichiara tuttavia:

Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire. L’Italia ha un programma di ripresa incredibile. C’è tanto entusiasmo e tanta fiducia da parte dei cittadini e tanta determinazione da parte del governo. Abbiamo varato una manovra espansiva con un piano di ammodernamento delle infrastrutture.

Il 28 dicembre 2018, in occasione della conferenza di fine anno, dichiara:

la crescita all’1 per cento è la soglia minima, sarà robusta.

E a Davos il 23 gennaio esclude

qualsiasi necessità di una manovra correttiva per raggiungere gli obiettivi, anzi rispetto alla crescita dell’1% inserita in bilancio, suppongo che sarà 1.2, 1.5. Ne sono convinto.

Il 4 ottobre 2018, in un’intervista a Fanpage.it, il vicepremier Di Maio dichiara:

Non ci possiamo attestare oltre l’1,6% di crescita nelle previsioni, ma io credo che avremo un dato più alto, perché stiamo facendo una grande manovra economica.

E ancora, il 30 ottobre 2018 avverte tutti su Facebook:

È bene che tutti sappiate che il risultato del 2018 dipende dalla manovra approvata a dicembre 2017, che è targata Partito Democratico. Con la Manovra del popolo vedrete che non solo il Pil si riprenderà, ma anche la felicità degli italiani

Il 1 dicembre in visita a Treviso:

È logico che l’economia si fermi se l’ultimo governo del Pd ha fatto una manovra insipida che non aveva alcun investimento, il nuovo governo mette 37 miliardi e bisogna far ripartire il potere di acquisto degli italiani

E Salvini, il capitano? Polemizza sui social con il Fondo monetario internazionale, con Bruxelles, con i bersagli facili che in questi anni non ne hanno presa una e sono considerati con disprezzo ma non a torto l’élite. Ma poi l’8 dicembre sul palco di Piazza del Popolo e sulle note del Nessun dorma si lascia andare:

Abbiamo in testa un’idea di crescita a livello nazionale ed europeo che non riguarderà i prossimi mesi ma i prossimi 50 anni

La comica e al tempo stesso la tragedia che si ripete in Italia da anni è la stessa, con i cittadini/elettori inermi spettatori: i nuovi governanti appena si insediano scaricano le responsbilità sui governanti precedenti, quelli della seconda repubblica su quelli della prima, quelli che il debito lo hanno creato gli altri, quelli che se non stiamo attenti ci mandano la troika, quelli che hanno subìto un complotto, quelli che i poteri forti sono contro di noi, quelli che perdono perché ci sono le fake news, quelli che non sono capiti, quelli che la colpa è sempre dell’Europa. Forse ci vorrebbe un copione diverso, ma nessuno lo scrive.

 

 

 

L’avvocato del popolo

Prima volta di un governo politico presieduto da un tecnico. Giuseppe Conte, uomo che viene dalle professioni, dall’accademia, dall’insegnamento ma “mondo minore” rispetto all’establishment. Sarà un presidente del consiglio interprete con la sua personalità o mero esecutore di un contratto?

Siamo in una nuova epoca politica (nel mondo) e in Italia con due opposti insieme al governo. Che per la prima volta hanno firmato un contratto carico di aspettative e promesse, di cambiamenti che hanno soprattutto costi enormi. Nasce la terza repubblica; nasce e non sappiamo come finirà.