Umberto Eco e il nostro odio

Il 5 gennaio del 1932 nasceva – 87 anni fa – Umberto Eco, i social e i giornali italiani ne hanno celebrato in questi giorni l’alta figura di romanziere, intellettuale e accademico. Scriveva Umberto Eco nel 2011 su L’espresso – in una delle sue celebri “La bustina di Minerva” – dal titolo “Perché l’uomo tende all’odio”:

l’odio è un sentimento che in un solo colpo abbraccia immense moltitudini. Quindi è facile e appagante. Mentre l’amore è selettivo, quindi più difficile

E ancora:

il vero punto è che l’amore isola. Se amo follemente una donna pretendo che lei ami me e non altri (almeno non nello stesso senso), una madre ama appassionatamente i suoi figli e desidera che essi amino in modo privilegiato lei (mamma ce n’è una sola) né sentirebbe mai di amare con la stessa intensità i figli altrui. Dunque l’amore è a modo proprio egoista, possessivo, selettivo. Invece l’odio può essere collettivo, e così vogliono le dittature e i populismi, e spesso anche le religioni nella loro versione fondamentalista, perché l’odio per il nemico unisce i popoli e li fa ardere tutti in un identico fuoco. L’odio non è quindi individualista bensì generoso, filantropico, e abbraccia in un solo afflato immense moltitudini. La nostra propensione alle delizie dell’odio è così naturale che risulta facile coltivarla ai reggitori di popoli.

Sembra che queste parole descrivano l’intolleranza e l’incattivirsi dei tempi che stiamo vivendo. Non tanto dovuti o coltivati – a modesto parere di chi scrive – dai “reggitori di popoli”, i quali semmai sfruttano con finalità propagandistiche il malcontento, persuadono il popolo nei suoi punti di scontentezza, accarezzano i problemi percepiti dalle persone individuando un nemico, soffiano sul fuoco che arde già nella società.

E poi, se i reggitori di popoli si reggono su un largo consenso elettorale conquistato, si possono contrastare le loro politiche, si può creare una valida alternativa programmatica, ma sicuramente non si può fare finta che quei voti e quel consenso non esistano. L’insoddisfazione, l’odio, la rabbia sembrano avere preso il sopravvento su tutto negli ultimi vent’anni, in seguito alla crisi che ha devastato il mondo occidentale e ai cambiamenti epocali che hanno coinvolto il pianeta.

Se l’odio è una caratteristica insita nell’essere umano, si acuisce evidentemente nei periodi di recessione o di grave crisi come quelli che stiamo attraversando. Mi guardo bene dal prendere le distanze da un monumento della cultura italiana come Eco, ma l’odio sembra essere più figlio del nostro tempo che dei social media. I social sono semmai uno strumento, non la causa.

Del resto Eco – che di mass media in Italia è stato il primo studioso e fenomenologo, che è stato il primo a dare valore epistemologico agli studi di comunicazione, creando il primo dipartimento di comunicazione in una università, che è stato il primo a parlare di semiotica dei nuovi media – quando pronunciò la famosa frase “i social danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, un anno prima della morte, parlò in un contesto più ampio ed era chiaramente consapevole di come internet fosse il nuovo medium, come la televisione cinquant’anni prima o la radio un secolo prima, in grado di espandere la propria voce e di dare voce a tutti.

Le disuguaglianze crescenti, l’impoverimento della classe media hanno creato anche la percezione psicologica diffusa e di massa che le cose vadano male e non possano migliorare. La percezione che Obama non abbia fatto abbastanza negli Usa (supportata dai dati, perché l’economia migliorava ma i salari della classe media restavano stagnanti); la percezione in Gran Bretagna che la distanza tra Londra e le altre province, regioni e nazioni del Regno sia da imputare all’Ue; la percezione che la Germania ha del resto d’Europa; la percezione che il resto d’Europa ha della Germania; la percezione che il mondo occidentale, i suoi valori, la sua identità siano messi in pericolo dagli immigrati (acuita dagli attentati veri e dal terrorismo, compiuto in larga parte però da persone nate in Europa); la percezione che i giovani hanno dei vecchi e dei loro privilegi novecenteschi; la percezione che i vecchi hanno dei giovani, sempre più precari, incerti, vissuti come un peso; la percezione che il nostro amico, nostro cugino, persino la nostra fidanzata si lamentino ma stiano meglio di noi; la percezione del prossimo insomma, che consideriamo sempre peggio di quello che è.

E ancora, fa dire Eco al capitano Simonino Simonini, protagonista de “Il cimitero di Praga” e unico personaggio non vero della storia:

Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. È l’amore che è una situazione anomala…L’odio riscalda il cuore. 

L’odio è più facile, è la cosa più semplice, il “tanto peggio tanto meglio” ci evita di guardarci dentro, ci fa trovare subito un capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità, ci evita il sacrificio di metterci in gioco. Quando a questo si somma l’impotenza e la miopia della politica, allora è una tragedia! Solo così si spiega come 49 persone sospese su due navi possano essere un problema non gestibile da un continente di 500 milioni di persone, 28 stati membri più il Vaticano. Un continente di 500 milioni di persone incapace non dico di accogliere, ma di gestire e valutare almeno temporaneamente la vita di 49 persone! Donne, bambini, mariti delle donne, uomini non mariti, ma parliamo appunto di 49 persone e forse solo in queste ore se ne verrà a capo.

La grande scoperta è quindi che l’amore e la buona politica vanno a braccetto. Se vivo in un ambiente armonioso, sarò portato a dare armonia al prossimo. E come diceva Moretti, in un celebre finale di film, “non è facile volersi bene”.