Grandi manovre

Mentre in Italia si continua a uccidere e a morire per una partita di pallone, e la cosa si ripete da anni, si fa un gran parlare per un po’ ma poi nessuno fa niente, anzi, lo spettacolo (e il business) deve continuare per la gioia dei “tifosi”; mentre ci si scandalizza per i cori razzisti verso un atleta di colore, come se fuori dagli stadi il razzismo non esistesse; mentre gli Stati Uniti ritirano le proprie truppe dalla Siria, lasciando i curdi siriani al proprio destino e agli artigli affilati di Bashar al Assad e dei turchi; in Parlamento – praticamente a poche ore dal brindisi di fine anno – viene approvata la prima manovra di bilancio del governo M5S-Lega. Naturalmente tra grandi polemiche.

Al netto però delle accuse reciproche – che in un paese incattivito come l’Italia sono stucchevoli ma scontate, non aggiungono e non tolgono niente alla verità dei fatti – va detto che questa è la prima legge di bilancio in uno scenario politico del tutto inedito per il nostro paese e dopo le elezioni del 4 marzo. È la prima manovra degli unici due partiti che sono stati all’opposizione praticamente dal 2011 (con ingresso 5 stelle in parlamento per la prima volta nel 2013). Dopo gli anni del potere berlusconiano, dopo gli anni della crisi, dopo i governi a gestione e matrice Pd, il mondo e l’Europa sanno che in Italia c’è un laboratorio politico prima ignoto. Se si possa parlare di inizio di una Terza repubblica lo diranno gli storici. Ma probabilmente sì, anche se senza riforme istituzionali.

Evitata la procedura d’infrazione (conveniva a tutti, all’Europa e all’Italia), ridotta la spesa in deficit, pareggiato il rapporto debito/pil, il governo ha fatto approvare la manovra che ha sempre voluto: ci sono circa 15 miliardi per gli investimenti, c’è una novità di cui si è parlato poco e cioè la possibilità per lo Stato di investire in maniera diretta o indiretta in venture capital, cioè in start up. C’è l’aliquota al 15% per le partite iva che non superano i 65mila euro di fatturato (sono state tra le più penalizzate in questi anni), c’è la riduzione dell’Ires per le imprese che assumono, c’è un inizio di riduzione del cuneo fiscale. Non si può parlare di flat tax, chi ha promesso una tassa unica al 15% in campagna elettorale ha promesso qualcosa di non realizzabile. Non si può parlare di riforma del sistema fiscale italiano, che resta uno dei più iniqui e inefficienti, il cui morbo principale resta da decenni l’evasione fiscale contro cui non si vedono misure efficienti all’orizzonte. 

Poco prima della manovra, il parlamento ha approvato anche il ddl Anticorruzione, che chissà perché è stato annunciato come notizia, ma non ha suscitato un grande dibattito tra i media tradizionali. Daspo a vita per i corrotti, nessuna pena alternativa sempre per i corrotti, agente sotto copertura, sospensione della prescrizione, nuove norme sulla trasparenza dei partiti. Sembra una legge di cui il paese necessita, voluta dai 5 stelle.

Ma i due polmoni con cui le due forze di maggioranza respireranno e con cui correranno per le elezioni europee di primavera sono reddito di cittadinanza e quota 100, che diventeranno decreti a gennaio. Per Rdc il fondo per il 2019 scende a 7 miliardi, per quota 100 a 4 miliardi. Da queste due riforme dipende il destino e il consenso del governo, se con questi fondi e con questi numeri Lega e 5 stelle riusciranno a realizzare le riforme per cui sono stati votati. È la storia degli ultimi anni: l’ascesa di Trump contro repubblicani e democratici, la Brexit che sarà un passaggio storico a marzo, il tramonto dei partiti popolari e socialdemocratici, l’avanzare di nuovi movimenti disomogenei tra loro e definiti populisti, erano e sono tutti segnali contro un sistema che sembra impossibile cambiare.

Chi renderà possibile l’impossibile, anche in un singolo settore o con un singolo provvedimento, guadagnerà centimetri di consenso e dimostrerà che è possibile modificare un sistema incapace di autoriformarsi.