La richiesta del leader forte e la morte del parlamento

In Germania, Angela Merkel si ritira dalle scene (lascerà la politica al termine del suo mandato e la segreteria del partito prima) e così la saggia e moderata guida del centro democratico teutonico non sarà più l’alibi e il presunto carnefice per il resto d’Europa, e in particolare per i paesi del sud. Partiti con istanze decisamente più radicali, da destra come da sinistra, avanzano tra gli elettori anche nel paese-motore dell’Ue.

In Francia, la giovane promessa dell’Europa Unita, l’Emmanuel Macron che in nome delle riforme attese e promesse sembrava unire l’establishment con il voto popolare, a dispetto della caduta dei partiti tradizionali, viene per la prima volta superato nei sondaggi dal Rassemblement national (ex Front national) di Marine Le Pen.

In Brasile, è stato eletto presidente Jair Bolsonaro, un simpatico ex militare, noto per le sue posizioni antigay, per aver dichiarato più volte apprezzamento per la dittatura militare degli anni ’60-’80 e per aver augurato agli oppositori di “marcire in prigione”.

Il primo ventennio del nuovo secolo sta cambiando lo scenario mondiale. I grandi cambiamenti epocali, la fine del lavoro com’era stato inteso e vissuto dai nostri genitori nel Novecento, i flussi migratori vissuti come minaccia da chi in questi anni ha arrancato, la recessione che ha letteralmente asfaltato la classe media: tutto questo ha fatto sì che nel mondo ci sia una richiesta sempre più crescente di leader forti, di grandi risolutori, a ogni latitudine.

Si cercano politici in grado di prendere decisioni drastiche, nette e radicali, a volte al limite del violento. Si manifesta il proprio consenso al leader forte, prima ancora che nelle urne, su Instagram, su Facebook e Twitter. In un dialogo diretto, che fa tranquillamente a meno delle mediazioni parlamentari, giornalistiche o di altra natura.

Davide Casaleggio, qualche mese fa, ha parlato apertamente di “parlamento forse inutile in futuro”, del resto non è l’unico nel mondo a sostenere che la democrazia rappresentativa sia in crisi, anche se sarà tutto da vedere se e con cosa la sostituisce. In Italia, il grosso del lavoro parlamentare è consistito nella conversione di decreti legge, cosa che accadeva puntualmente anche nelle passate legislature.

Non importa se in nome di questo consenso ci sarà qualche verità da non vedere o da nascondere, non importa se ci sarà qualche muro da alzare, non fa niente se dovremmo rinunciare a qualche libertà. L’emergenza è qui, ora e richiede un leader senza compromessi.

E in effetti, anni di politiche di austerità e il clima diffuso di incertezza hanno prodotto una sorta di emergenza duratura e perenne, che sta modificando in tutto il mondo il pensiero e l’orientamento politico.

Ma basterà il leader forte e soprattutto servirà? Riuscirà a risolvere i nostri mali anche a scapito di qualche libertà e qualche verità? Tra poche settimane in fondo capiremo se sarà o no così.

In Italia, il governo gialloverde Lega-M5S è sempre più a trazione Salvini, un leader che pubblica sul suo profilo Fb lettere di bambini che raccontano l’incontro con il proprio idolo, che ha raddoppiato il consenso nelle urne a marzo e sta raddoppiando virtualmente il consenso sui social e nei sondaggi. A farne le spese, dopo i primi mesi di governo, sono i grillini: il rinvio della riforma della prescrizione è emblema e simbolo di una bandiera che il primo partito in Italia è stato costretto ad ammainare di fronte all’effetto Carroccio.

La base del M5S digerirà il rinvio dello stop alla prescrizione? L’incertezza sulla partenza della riforma del reddito di cittadinanza e i malumori dopo l’approvazione del decreto sicurezza salviniano faranno perdere credibilità ai pentastellati al governo? Basterà aspettare la primavera e il voto delle europee.

E Donald Trump? Ha mantenuto il controllo del Senato e ha perso quello della Camera dopo le elezioni di midterm americane. Con i democratici in maggioranza alla Camera, Trump si vedrà rilanciata l’inchiesta Russiagate, vedrà messo in dubbio il finanziamento del muro al confine con il Messico e la demolizione dell’Obamacare. Se il Congresso avrà ancora un peso nell’epoca del leader forte, se la politica “contro tutto e tutti”, dei twett urlati e del protezionismo nazionale porterà ancora consenso a Trump lo vedremo tra un paio d’anni.