Lehman Brothers, dieci anni dopo

Due dipendenti della casa di aste Christie's portano via il logo aziendale della Lehman Brothers. Sarà venduto a Londra il 24 settembre 2010.

Due dipendenti della casa di aste Christie’s portano via il logo aziendale della Lehman Brothers. Sarà venduto a Londra il 24 settembre 2010.

Dieci anni fa, il 15 settembre 2008, la banca d’affari statunitense Lehman Brothers fallì.

La crisi si trasformò rapidamente in una grande recessione, creando conseguenze inimmaginabili e modificando per sempre il panorama politico, economico e sociale nel mondo.

Richard Kozul-Wright è a capo della divisione globalizzazione e strategie di sviluppo della Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD). Lo abbiamo intervistato.

1. Nel mondo la percezione del futuro sembra essere cambiata, le popolazioni si sono rivoltate o sono diventate ostili nei confronti di tutto ciò che rappresenta le élite politiche, finanziarie, intellettuali e transnazionali. Lei si è dato una spiegazione del perché la macroeconomia, nata come disciplina proprio in risposta alla grande depressione del ’29, non abbia saputo prevenire il crac del 2008?

La macroeconomia moderna si è svincolata dal tentativo di rafforzare i modelli keynesiani, basati sull’idea che la domanda aggregata sia un fattore che guidi i risultati economici, con il pensiero della microeconomia convenzionale riguardo i comportamenti individuali razionali e i mercati competitivi. Sostanzialmente, quest’ultima si è appropriata della prima e nel processo ha escluso tutto ciò che di interessante Keynes aveva capito delle relazioni economiche (e che veniva fuori dalla sua esperienza tra le due guerre), riguardo il destabilizzante mondo del denaro e i suoi legami potenzialmente perversi con l’economia reale.

Quando la Regina chiese innocentemente agli economisti della Royal Economics Society perché nessuno avesse previsto l’arrivo della crisi, le risposero “nessuno sapeva, Signora”. Ma ciò che intendevano era che nessuno nella loro “tribù”, nella loro comunità aveva previsto a causa della prospettiva con cui avevano esaminato il mondo del denaro e della finanza secondo i loro modelli, privi di ogni genere di comportamenti socialmente irrazionali, predatori e degli abusi potenziali del potere economico e politico, che Keynes certamente aveva visto così come altri economisti più moderni, ignorati dall’ortodossia o bollati come eretici. Ricordiamoci che Keynes ha compreso e visto “l’eutanasia delle rendite” mentre gli economisti contemporanei celebravano l’efficienza dei mercati finanziari. Alan Greenspan infine ha ammesso che questo è stato non soltanto un fallimento dei teorici ma, in modo più profondo, anche dei responsabili politici.

2. Se lei dovesse spiegare all’uomo comune della strada o all’utente medio di Facebook, come è stato possibile che teniche e strumenti finanziari rischiosi fossero venduti nel mondo come non-rischiosi (mutui cartolarizzati) e come poi è stato possibile che il credito d’improvviso sparisse contemporaneamente in ogni angolo del pianeta, cosa fino ad allora considerata impossibile?

La crisi è stata una vendita di banche da parte di altre banche. Pensiamo alla corsa agli sportelli con file di persone che provano a ritirare i loro soldi perché credono che la banca non abbia più contanti sufficienti nelle sue casse. Dopo la deregulation finanziaria degli anni ’80 e ’90, l’attività bancaria non è consistita più nel classico noioso business del 9 a 3 per i clienti retail ovvero portare in banca i risparmiatori e concedere in prestito i loro depositi a lungo termine ai soliti noti della comunità; ma si è trattato di un business all’ingrosso di prestito (e concessione di prestito) tra le stesse banche ed altre istituzioni finanziarie, finalizzato principalmente all’acquisto di asset finanziari a breve e a realizzare profitti per coprire l’incessante aumento delle attività di prestito attraverso un mix di provvigioni e arbitraggi.

Le connessioni e i prodotti conseguenti sono diventati sempre più complicati, meno sicuri e sempre più per clienti lontani (clientela internazionale). Alla fine è bastata una minima parte del mercato immobiliare statunitense (mutui sub-prime) per farlo crollare, perché i finanziatori cominciavano a chiedersi chi in realtà poteva ripagarli, esigendo pertanto il rimborso, e i mutuatari dovettero mettere in vendita qualsiasi asset in bilancio per coprire qualsiasi pagamento dovuto, con la conseguenza di una rapida svalutazione. Si diffuse il panico, ognuno smise di fidarsi di pagare l’altro, a quel punto il gioco è finito.

3. Crede che un crac del genere si possa ripetere?

Probabilmente non nello stesso modo, ma il modello finanziario rimane più o meno lo stesso con qualche piccolo cambiamento di regolamentazione soprattutto per le grandi banche (che diventano sempre più grandi). Il modello di espansione e contrazione si può ripetere e può finire con un nuovo crac; è già presente in alcuni mercati emergenti ma sono mercati molto più piccoli delle economie avanzate con meno rischio di contagio. Tuttora, le relazioni oscure da una parte all’altra del sistema, il cosiddetto “sistema bancario ombra” è più grande che mai, e certamente non possiamo sapere cosa potrà succedere.

4. Dopo il crac, molte persone nel mondo ritengono che il salvataggio delle banche avvenuto in quegli anni abbia portato come conseguenza politiche di austerità, peggioramento della qualità e delle condizioni delle proprie vite. Come se a pagare fossero stati i non colpevoli.
Perché le banche, il sistema finanziario non hanno pagato e perché non c’è stata nessuna condanna di rilievo in quel mondo?

In una parola, potere! O meno provocatoriamente “cattura del regolatore” (regulatory capture). Le banche e le altre istituzioni finanziarie hanno acquisito un enorme potere economico nel mondo iperglobalizzato e come sappiamo il potere economico tende a sopraffare il potere politico. L’economista di Chicago Luigi Zingales parla di “circolo vizioso dei Medici”, molto adatto a questa discussione (e il problema non è limitato alla sola finanza).

Salvare le banche è stata la naturale risposta dei politici alla crisi, perché significava salvare anche il loro mondo che era diventato intimamente legato agli interessi finanziari; basta guardare i protagonisti coinvolti e dove sono ora. Ma gli economisti, il filosofo del Re della iperglobalizzazione, hanno contribuito a questo, non solo con coperture e supporti tecnici, ma anche argomentando che tutti erano colpevoli di non aver visto (e quindi nessuno era colpevole). Alla fine il problema si sta spostando sull’aumento del debito pubblico (che è la conseguenza, non la causa della crisi) e si considera l’austerità come unico modo per riequilibrare l’economia.

5. Perché i governi più importanti del mondo, le grandi organizzazioni internazionali come la sua, non hanno apportato riforme reali, radicali, efficienti al mondo della finanza? È colpa dell’egemonia della finanza sulla politica?

Penso di sì, per le ragioni che ho appena detto. C’è stato un momento, con il G20 e in altri luoghi, in cui sembrava che si potesse fare qualcosa di diverso, si stava procedendo in questa direzione – va detto – ma non è durato molto e il ritmo incessante del libero scambio e della finanza, sorretto da un’azione monetaria non ortodossa, ha riaffermato rapidamente la sua posizione dominante.

6. I dati statistici degli ultimi anni hanno dell’incredibile.
Nel Regno Unito si vive la più lunga fase di declino dei redditi reali nella storia recente dell’economia, cioè da circa due secoli. Negli Stati Uniti il reddito del lavoratore tipico – reddito mediano reale orario – è agli stessi livelli del 1971, aumenta la mortalità infantile e scende la speranza di vita. In Italia e in Grecia sono stati realizzati studi sui suicidi collegati in questi anni alla crisi economica. Il Papa è stato uno dei pochi ad averne parlato. Come mai si parla così poco di questi dati?

Fondamentalmente perché si è data la colpa della crisi al settore pubblico, che è ciò che è accaduto negli ambienti politici dopo il 2010, l’ammonimento “non possiamo diventare come la Grecia” non solo è stato usato per difendere l’austerità ma incredibilmente anche per suggerire che quel tipo di dati orrendi che ha appena citato fossero in qualche modo autoinflitti e che soffrire quelle pene fosse la necessaria conseguenza delle passate indulgenze di tutti (acquirenti, consumatori, lavoratori, burocrati, ecc.), piuttosto che delle azioni di una élite finanziaria enormemente privilegiata. Naturalmente diversi politici di stampo populista sono stati molto abili nello sfruttare questo tipo di argomentazioni per i propri fini e diversi politici, pensatori tradizionali hanno avuto la colpa di non aver dato loro sufficiente attenzione.

7. Perché non si crea un’autorità centrale, un sistema di vigilanza, un’insieme di norme vincolanti che regolino il mercato finanziario globale? Il consiglio dell’UNCTAD ne ha mai discusso?

Perché la fede nei benefici dei mercati finanziari non regolamentati è stata un’ideologia e molte di queste istituzioni si sono diffuse; sebbene l’UNCTAD abbia costantemente messo in discussione questo modo di pensare, con l’avvento del neoliberismo siamo diventati molto più marginali rispetto agli anni ’60 e ’70. Per darvi un esempio, abbiamo costantemente discusso della crisi del debito latinoamericano degli anni ’80 con la necessità di regole e meccanismi per gestire la bancarotta sovrana a livello internazionale, proprio come si fa con una bancarotta aziendale a livello nazionale. Ma non c’è stato alcun interesse politico per questo.

8. Ridurre la spesa pubblica, ridimensionare il ruolo dello stato, non è stato l’errore più grande che i governi hanno (volutamente) portato avanti dopo la crisi in nome dell’austerità?

Sì, non solo il settore pubblico non ha causato la crisi ma la sua spesa, come il settore privato ha ridotto il proprio debito dopo la crisi, ha garantito che non si ripetesse una Grande Depressione. L’austerità ha assicurato che coloro che hanno causato la crisi non avrebbero pagato le conseguenze…socialismo per i banchieri, privazione per i cittadini!!

9. In Europa il divario tra generazioni più anziane garantite e generazioni più giovani con un futuro incerto si allarga sempre di più. Il progetto zona euro senza politiche comuni e soprattutto senza un prestatore di ultima istanza sembra un fallimento. È d’accordo?

Non è qualcosa che esaminiamo attentamente all’UNCTAD, dove ci concentriamo soprattutto sui paesi in via di sviluppo. Ma penso che l’opinione tra gli economisti sia che questo è un difetto nel sistema che deve essere corretto se il progetto vuole andare avanti.

10. Negli ultimi dieci anni centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà. Nel 2008 il 19% della popolazione mondiale viveva sotto la soglia della povertà assoluta secondo l’ONU, 1.90 dollari al giorno. Oggi la percentuale è scesa sotto il 9%. In Occidente però cresce sempre di più il fenomeno del lavoro non più sufficiente per vivere. Cosa fare?

Penso che i numeri che cita possono essere fuorvianti, in gran parte perché sono dovuti al notevole successo della Cina; le performance in altri posti del mondo in via di sviluppo sono molto più irregolari. Una cosa a cui è necessario pensare è come immaginare più storie nei paesi in via di sviluppo sul modello cinese, visti i risultati straordinari che ha prodotto. Purtroppo in questo momento l’Occidente (e non solo l’amministrazione statunitense) incolpa la Cina per i propri problemi e sembra voler fermare gli altri paesi a fare ciò che la Cina ha fatto. Questa sembra una follia, non solo perché i problemi dell’Occidente derivano in gran parte dalle sue politiche e azioni fallimentari, ma anche perché in un mondo interdipendente avere più storie di successo è meglio per tutti.

La fobia della Cina è anche, come lei suggerisce, combinata con una fobia tecnologica legata alle tecnologie digitali – i robot – che portano via posti di lavoro e mezzi di sussistenza. Ma che non sia la tecnologia a togliere lavoro bensì le istituzioni, le politiche e le regole intese a gestire il cambiamento tecnologico (e altri cambiamenti economici), che generano risultati inclusivi in cui ricchezza (e opportunità) possono generare nuove tecnologie, è cosa condivisa. Certamente in un mondo in cui le regole sono fatte per favorire i pochi e l’austerità è l’esperienza per molti non può essere così.

Affrontare le sfide che riguardano l’interdipendenza sempre maggiore, le nuove tecnologie e la minaccia climatica, che non potranno tuttavia essere gestite da paesi che agiscono per conto loro, ma da un nuovo progressivo multilateralismo. Promuovere lo status quo del libero scambio degli ultimi 30 anni non porterà prosperità per tutti, è sicuro, quindi dovremo ripensare le regole del gioco internazionale e passare a politiche interne non più orientate a favorire i pochi. Adam Smith ammonì dei pericoli politici di un gioco economico truccato, dobbiamo prestare attenzione alle sue preoccupazioni.

Richard Kozul-Wright, direttore alle strategie globalizzazione e sviluppo della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio.

On September 15, 2008, ten years ago, the US investment bank Lehman Brothers failed.

The crisis became a major recession that created unimaginable events ten years later and changed the political, economic and social landscape of the world.

Richard Kozul-Wright is director of the Division on Globalization and Development Strategies at the United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD). We interviewed him.

1. In the world the perception of the future seems to have changed, the populations have revolted or become hostile towards everything that represents the political, financial, intellectual and transnational elites.

Did you give an explanation of why the macro economy, born as a discipline in response to the great depression of ’29, could not prevent the crash in 2008?

Modern macroeconomics evolved out of an attempt to underpin Keynesian models based around the idea that aggregate demand drives economic outcomes with conventional microeconomic thinking about rational individual behaviour and competititve markets. Essentially, the latter coopted the former and in the process squeezed out all the interesting stuff that Keynes had in his understanding of economic relations (coming out of his experience of the inter-war years) about the destabilising world of money and its potentially perverse links to the real economy.

When the Queen innocently asked economists at the Royal Economics Society why nobody noticed the crisis coming those economists answered “no one did ma’am” but what they meant was no one in our tribe did because to the extent they looked at the world of money and finance in their models, it was drained of all the kinds of socially irrational and predatory behaviour and the potential abuses of economic and political power it involves, and which Keynes certainly saw as did other more contemporary economists who the orthodoxy either ignored or branded heretics; reemember Keynes wanted to see the “euthanasia of the rentier” while modern economists just celebrated highly efficient financial markets. Alan Greenspan eventually admitted this was not just a failure of theoreticians but had, and more profoundly, influenced policy makers too.

2. If you were to explain to the man in the street or the average user of Facebook, how it was possible that risky securities and financial instruments were sold in the world as non-risky (securitized mortgages) and how then it was possible that the credit suddenly was disappeared in every corner of the planet, something hitherto considered impossible?

The crisis was a run on banks by other banks. We think of a bank run as people queing outside their bank trying to get their money out because they dont believe the bank has enough cash in its vaults; but after rounds of financial deregulation in the 80s and 90s banking was no longer the classical 9 to 3 boring retail business of bringing in depositors and lending out their money long-term to familiar faces from the community but a wholsesale business of borrowing from (and lending to) each other and other financial institutions to buy mainly short term assets and making the money to cover their incessantly rising borrowing from a mixture of fees and arbitrage.

The connections and products generated were increasingly complex and fragile and increasingly with distant “customers” (international). In the end it took a very small part of the US housing market (sub-prime) to bring it down because as lenders started wondering who could actually pay them back and called in loans and borrowers had to try to sell whatever assets they had on their balance sheet to cover whatever payments they needed to make assets began to lose value quickly, panic set it and everyone stopped trusting each other to pay, at that point the game was up.

3. Do you think that a crash like that can be repeated?

Probably not in the same way but the finance model remains more or less the same with some small regulatory changes mainly of big banks (which are, however, bigger than ever) so the pattern of boom and bust is being repeated and will end in some kind of crash; it already is in some emerging markets but these are shallower markets than in advanced economies with less of a contagion threat. Still the connections are obscure across many part of the system, shadow banking is bigger than ever, and we just dont know how things might unravel.

4. After the crash, many people around the world believe that the banks bailout in those years has resulted in austerity policies, worsening of the quality and the conditions of their lives. As if to pay were the innocent. 

Why did not the banks, the financial system not paid and why there has been no major condemnation in that world?

In a word, power! or less provocatively “regulatory capture”. The banks and other financial institutions have acquired enormous economic power in our hyperglobalized world and as we know economic power has a tendency to breed political power; the Chicago economist Luigi Zingales talks about a “Medici vicious circle” which is very apt in this discussion (although its a problem not just confined to finance). Saving the banks was the natural response of politicians to thee crisis because it meant saving their world too which has become intimately connected to financial interests; just look at the players involved and where they all are now.

But the economists, the philosopher King’s of hyperglobalization, helped in this too, not only by providing technical cover but also by arguing that everyone was to blame by not seeing it coming (and therefore no one was to blame) and eventually be shifting the problem to one of rising public debt (which was a consequence not a cause of the crisis) and making the case for austerity as the only way to rebalance the economy.

5. Why did not the most important governments of the world, the big international organizations like yours, do it brought real, radical, efficient reforms to the world of finance? Is it the hegemony of finance over politics?

I think so, for the reasons I just gave. There was a moment, with the G20 and in other venues when it looked like things would be done differently, and were being done differently it has to be said, but that didnt last and the relentless beat of free trade and free finance, underpined by unorthodox monetary action, fairly quickly reasserted its dominant position.

John Maynard Keynes, padre della macroeconomia e considerato il più influente tra gli economisti del XX secolo.

6. The statistical data of the last years are unbelievable.

In the UK there is the longest phase of decline in real incomes in the recent history of the economy, that is, for about two centuries. In the United States the typical worker’s income – average hourly wage – is at the same levels as in 1971, increases child mortality and drops life expectancy. 

In Italy and Greece, studies have been carried out on suicides linked in recent years to the economic crisis. The Pope was one of the few to have talked about it. How come so little is said about this data?

Fundamentally because of the switch to blaming the public sector for the crisis which is what happened in policy circles after 2010, the warning that “we cant become like Greece” was not only used to defend the turn to austerity but shockingly suggested that the kinds of horrendous figures you just cited were somehow self inflicted and that suffering that pain was a necessary outcome of past over-indulgences by everyone (home buyers, consumers, workers, bureaucrats, etc) rather than the actions of a hugely priviliged financial elite; of course more populist minded politicians have been able to exploit this kind of argument for their own end but more mainstream politicians and thinkers have been guilty of not giving them sufficient attention.

7. Why does not create a central authority, a supervisory system, a set of binding rules that regulate the global financial market? Has the UNCTAD Council ever discussed it?

Because the belief in the benefits of unregulated financial markets was an ideology many of these institutions had propogated themselves; though UNCTAD has consistently challenged that thinking, with the rise of neo-liberalism we had become a much more marginal player compared to the 60s and 70s.

To give you an example we have consistently argued since the Latin American debt crisis of the 1980s for the need for rules and mechanisms to manage sovereign bankruptcy at the international level much like we do corporate bankruptcy at the national level. But there has been no political appetite for this.

8. Reducing public spending and the role of the state, was it not the biggest mistake that governments have (deliberately) carried out after the crisis in the name of austerity?

Yes, not only did the public sector not cause the crisis but its spending, as the private sector deleveraged after the crisis, ensured that we didnt have a repeat of the Great Depression. Austerity ensured that those that caused the crisis wouldnt have to pay for its consequences…socialism for the bankers, deprivation for the citizens!!

9. In Europe the gap between older guaranteed generations and younger generations with an uncertain future is widening more and more. The euro zone project without common policies and above all without a lender of last resort seems a failure. Do you agree?

Its not something we examine carefully in UNCTAD where our focus is more on developing countries. But I think the consensus among economists is that this is a flaw in the system that will be need to be corrected if the project is to move ahead.

10. In the last ten years, hundreds of millions of people have emerged from poverty. In 2008, 19% of the world’s population lived under the absolute poverty line according to the UN, 1.90 dollars a day. Today the percentage has fallen below 9%.

But in the West there is the phenomenon that work is no longer enough to live. What to do?

I think the numbers you cite can be misleading, in large part because they are down to the remarkable success of China; the performance elsewhere in the developing world is a good deal more uneven. One thing we need to think about more is how we can see more China-like stories across the developing world given that what they have done has produced such remarkable outcomes. Sadly right now the West (and not only the US administration) wants to blame China for its problems and seems to want to ask how can we stop other countries doing what China has done. This seems crazy to us not only because the problems in the West are largely the result of its own failed policies and actions but because in the kind of interdependent world we live in the more success stories there are the better for everyone.

China phobia is also, as you suggest, combined with a technology phobia linked to digital technologies – robots – taking away jobs and livelihoods. But its never technology that takes jobs but whether the institutions, policies and rules designed to manage technological (and other economic) change generate inclusive outcomes whereby the wealth (and opportunities) new technologies can generate is broadly shared. Certainly in a world where the rules are designed to favour the few and austerity is the experience of the many that is not the case.

Meeting the challenges around growing interdependence, new technologies and the climate threat cant, however, be handled by countries acting alone and we will need a new kind of progressive multilateralism to do this; promoting the “free trade” status quo of the past 30 years wont deliver prosperity for all that is for sure so we are going too have to rethink thee rules of the international game as well as switch to policies at home that are not geared in favour of the few. Adam Smith warned of the political dangers of a rigged economic game, we need to take heed of his concerns.