Serve Votare?

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A cosa serve votare oggi? La crisi economica mai finita, le crescenti disuguaglianze sociali, la crisi di efficacia e risposte delle democrazie moderne come le abbiamo conosciute, hanno cambiato per sempre la percezione delle nostre vite. Le recenti elezioni comunali sono figlie di questa dinamica. Le analisi politiche, i fondi dei grandi giornali, i dibattiti interminabili in televisione lasciano il tempo che trovano. Parlare di tatticismi, di strategie politiche, l’elettorato di centrodestra che ai ballottaggi ha votato M5S per punire Renzi, il voto di protesta, i populismi, l’antipolitica. Parole che sinceramente risultano lontane, per chi vive nella realtà e della realtà, non di teorie astratte e intellettualismi. Chi vive nelle città, a Roma, a Milano, Torino, Napoli, Bologna come nei piccoli centri, vive sulla propria pelle l’insicurezza economica, nel futuro, la fine della classe media, l’impossibilità di programmare a medio-lungo termine e il privilegio dei pochi. Vive sulla propria pelle e vota per cambiare, spera di cambiare, scegliendo chi più degli altri riesce a convincerlo che può apportare modifiche concrete alla vita propria e della comunità. Votare per la realtà. Guardando la realtà che ha davanti. Non più per partito preso, per ideologie, per mondi contrapposti che non esistono più. Se la Raggi e la Appendino non riusciranno a modificare le realtà di Roma e Torino, in breve tempo, forse già alla prossima tornata elettorale, il M5S sarà punito. Così come stavolta ha pagato dazio Renzi dopo due anni di governo e non più nella veste di rottamatore. Appena due anni fa (europee del maggio 2014), lo stesso elettorato di centrodestra, o cosiddetto “elettorato moderato” che non si capisce in cosa si distingua dagli altri elettorati, aveva dato fiducia incondizionata alla figura nuova di Renzi, portando il PD a un risultato storico e mai raggiunto.

Le persone, nel mondo disperato e disperatamente “governato” dai grandi privilegi finanziari globali e non più dalla politica, cercano – con disperazione appunto – possibili cambiamenti, cambiamenti radicali, cambiamenti per i figli disoccupati, per le pensioni da miseria, per le spese da far quadrare ogni mese, la paura del futuro, i degradi delle città, i lavori e le mansioni che stanno sparendo e spariranno. Tutto percepito dalle persone che votano e scelgono la faccia nuova, certo la più convincente ma che ancora non si è sporcata le mani. Pronti in poco tempo a cambiare di nuovo, a scegliere diversamente. Perché come ha detto Romano Prodi in un’intervista su Repubblica, la ricerca disperata è di politiche nuove, non di politici nuovi. Se a Roma non ci saranno cambiamenti immediati, tangibili, concreti, in poco tempo la Raggi diventerà una faccia vecchia, logorata, da irridere. Se Torino sarà percepita dai suoi cittadini come una città divisa in due, un centro privilegiato, una periferia schiacciata, senza un domani per i suoi figli e per chi arriva cercando fortuna, in poco tempo la Appendino non sarà più una speranza. Se Milano non manterrà o migliorerà i livelli raggiunti con Pisapia, Sala sarà bocciato. È la politica liquida dei nostri tempi, ma liquida nel senso che non ha contenuti, o ha contenuti vaghi e di piccolo-medio respiro, o contenuti schiacciati dalle logiche tecno-finanziarie.

A cosa serve votare oggi se la crisi non finisce mai? Se la democrazia non dà risposte? Tra poche ore la Gran Bretagna deciderà se restare o meno nella Ue, un referendum molto atteso. Ma cosa cambia nella vita di un cittadino britannico restare o meno nella Ue? Quali miglioramenti concreti ha visto in questi anni? A cosa serve votare in Spagna (si rivota domenica) se non riesce a formare un governo? A cosa serve votare negli Usa se le ingiustizie sono rimaste quelle pre-crisi? Ripensare le democrazie, ripensare alle politiche che cambino la vita delle persone.